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Chiudere il calcio? Un autogol da un miliardo di euro

La provocazione impossibile di Monti. Fermando i campionati lo Stato rinucerebbe a 9 miliardi di euro di ricavi e uno solo in tasse.

Chiudere il calcio? Un autogol da un miliardo di euro Chiudere il calcio? Un autogol da un miliardo di euro
I conti del mondo del pallone (Credits: Jonathan Moscrop / LaPresse)
di Giovanni Capuano

Fermare il calcio per due o tre stagioni come ha proposto provocatoriamente il presidente del Consiglio Monti rischierebbe di trasformarsi per lo Stato italiano in un autogol da oltre un miliardo di euro all'anno. Come se un'economia già in sofferenza come la nostra decidesse improvvisamente di rinunciare al 5,7% del suo Pil e a un fatturato totale da 9 miliardi di euro che rende il pallone 'pesante' per i nostri conti come il dodicesimo gruppo industriale del Paese. Solo una provocazione, insomma, che rischia di trasformarsi in autugol considerato anche tutto l'indotto garantito dal sistema-calcio che secondo l'ultima analisi ufficiale pubblicata nei mesi scorsi dalla Figc si alimenta attorno a un esercito di 1,3 milioni di tesserati e 71mila società di cui 470 professionistiche a vario titolo.

Anche considerando che l'alt di Monti possa valere solo per loro si tratterebbe comunque del 99,9% del giro d'affari per un valore di produzione di 2,5 miliardi di euro. Una montagna di soldi generata per l'82% dalla serie A, per il 14% dalla serie B e per il 4% dalla Lega Pro, cioè quei livelli che secondo il presidente del Consiglio potrebbe essere opportuno bloccare per un paio di stagioni in modo da riscriverne le regole. Senza contare che il calcio genera posti di lavoro. Quanti? Senza voler prendere in considerazione un indotto difficile da quantificare (basti pensare alle migliaia di addetti delle televisioni a pagamento che in gran parte vivono grazie agli abbonamenti per campionato e Champions League), basti dire che nella stagione 2010-2011 le società professionistiche hanno distribuito stipendi per 1,3 miliardi di euro tra gli oltre 14mila calciatori professionisti, tecnici e addetti ai lavori delle serie maggiori.

E' vero, però, come lo stesso Monti ha sottolineato, che il calcio italiano è un'industria in profonda sofferenza e che ha bisogno di una cura dimagrante per rimettere in sesto i suoi conti. Impossibile andare avanti generando perdite ogni anno per 428 milioni di euro (dati stagione 2010-2011 certamente peggiorati in seguito) ma sarebbe ingiusto dire che questo sistema prenda solo dallo Stato e dalla collettività senza restituire nulla.

Il calcio, infatti, è certamente dal punto di vista fiscale una gallina dalle uova d'oro che ogni anno garantisce solo in tasse più di un miliardo di euro, cifra che è la somma di tutte le forme di contribuzione diretta, indiretta e previdenziale cui sono assoggettate le società. Il dato è la somma che si ottiene mettendo in fila tutte le forme di contribuzione diretta (Iva, Ires, Irap e ritenute sul lavoro dipendente e autonomo), indiretta (scommesse) e previdenziale (Enpals) garantite dall'industria del pallone.

La somma finale relativa all'anno di imposta 2009 è impressionante: 1 miliardo e 30 milioni di euro di cui circa l'80% (688 milioni di euro) dalle venti società di serie A, quelle sotto accusa più di tutte per i passivi sempre crescenti e le difficoltà gestionali che in gran parte sparirebbero se finalmente la politica si decidesse a mettere mano alla tanto attesa legge sugli impianti sportivi di proprietà che anche l'attuale ministro dello sport Piero Gnudi ha garantito entro la fine della legislatura. A pesare maggiormente nella somma della contribuzione fiscale del calcio sono le ritenute da lavoro dipendente. Da sole valgono 524 milioni di euro all'anno e coprono il 51% del totale su un conto da un miliardo solo nella massima divisione che, bilanci alla mano, è garantito in pratica dagli investimenti di tre sole famiglie: Moratti, Berlusconi ed Agnelli.

Pur se ricchi sfondati (ma non tutti) va detto che i calciatori sono contribuenti fedeli al pari degli operai e la trattenuta in busta paga è il sistema più sicuro per il fisco di recuperare quanto dovuto. La seconda voce di contribuzione per peso è l'Iva: vale 208 milioni di euro ed è generata da un volume d'affari diretto di quasi 2 miliardi di euro (1,5 solo dalla serie A). Poi ci sono Enpals (90,4 milioni di euro), Irap (43,7) e Ires (8,4).

Ultimo aspetto su cui vale la pena fermarsi a riflettere sono i 142 milioni di euro che il fisco ricava dal movimento delle scommesse legate al calcio. Il dato si riferisce al 2011 anno in cui la raccolta complessiva dalle scommesse si è attestata a 3,4 miliardi di lire con un netto calo rispetto al 2010. Un segnale inquietante perché in controtendenza dopo un periodo di crescita costante. Sta pesando probabilmente la perdita di credibilità del sistema travolto dagli scandali e dalle inchieste. Gli effetti sono pesanti per tutti. In un anno il sistema ha bruciato 600 milioni di euro di raccolta e 22 milioni di euro di contribuzione fiscale. Soldi in meno che già lo Stato deve pensare di recuperare per altra strada. Impossibile anche solo immaginare uno stop definitivo.

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    ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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