L'allarme suonato da Diego Della Valle dal Giappone è solo l'ultimo di una lunga serie. I presidenti del calcio italiano sono in fuga. Anzi, visto che uscire dal costosissimo giocattolo sembra impossibile e anche imbarcare qualche compagno d'avventura in tempo di crisi non è operazione semplice, sarebbe più corretto dire che i presidenti vorrebbero fuggire ma al momento si limitano a minacciarlo. Il patron della Fiorentina è stato categorico: "E' il momento di riflettere se valga la pena continuare a investire in un mondo che ha bisogno di regole serie".
Continuerà senza dubbio e come lui i tanti che negli ultimi mesi hanno lanciato il sasso salvo poi tirare indietro la mano. Indebitati, arrabbiati, senza strategie di crescita e legati ad alleanze che vanno e vengono a seconda delle convenienze: ecco il quadro dei nostri dirigenti. Una galleria che comprende tutto il gotha del calcio italiano.
Della Valle è in perenne lotta con il mondo: la politica, le istituzioni locali che gli negano progetti di sviluppo su Firenze e i salotti buoni della finanza. La Fiorentina ha appena chiuso una stagione da dimenticare ma resta un fenomenale moltiplicatore di visibilità. Discorso applicabile anche al presidente del Palermo, Zamparini. A fasi alterne minaccia l'uscita dal mondo del calcio a piani di lancio che coinvolgono investitori stranieri. L'impressione è che sia nel suo habitat naturale e che la posizione gli permetta anche di progettare sbarchi futuri nella politica di cui l'embrione è il 'Movimento per la gente' nato lo scorso novembre e di cui Zamparini è anima e fondatore.
Arrabbiato e pronto alla discesa in campo? Non solo Della Valle e Zamparini. Impossibile dimenticare Lotito (Lazio) che duella con il Coni, minaccia di portare il club fuori Roma, ha rotto tutti gli schemi in Lega Calcio e adesso la sta paralizzando in cerca di un lasciapassare post-squalifica per Calciopoli. Eppure rimane dentro il sistema che piccona e senza condanna dal Tribunale di Napoli probabilmente avrebbe messo in atto oggi il suo progetto di buttarsi in politica usando la ribalta calcistica. "Se i cittadini me lo chiederanno" si era lasciato sfuggire in piena crisi del governo Berlusconi. Per il momento non è accaduto, in futuro chissà.
De Laurentiis (Napoli) è l'ultimo iscritto alla lista. Il suo motto è "tutto sbagliato tutto da rifare". Leggendaria la sfuriata di un anno fa dopo il sorteggio del calendario della serie A. Memorabili i 'consigli' a Platini, Blatter e al governo del calcio mondiale, le liti con la federazione uruguaiana e i duelli risuticani con i colleghi. Sempre con un piede fuori e uno ancorato dentro che non si sa mai. Anche perché il Napoli da lui gestito si è rivelato un ottimo affare anche economico e dunque non ci sarebbe ragione per rompere definitivamente il giocattolo.
Amico di De Laurentiis è il genoano Preziosi. Anche lui ciclicamente annuncia il disimpegno salvo fare poi più di un passo indietro. L'ultima volta è stata dopo i fatti di Marassi: "Mi hanno lasciato solo... Se qualcuno vuole il Genoa si faccia avanti" il suo sfogo. Offerta sempre valida ma fin qui caduta nel vuoto. Come le ricerche di partner solidi per Moratti, Berlusconi tutti gli altri che si sono rivolti al mercato estero per tentare di alleggerire le proprie posizioni economiche e riuscire a dare in pasto alla piazza quache big per sognare e raccogliere abbonamenti.
Nulla da fare. I nostri presidenti hanno un destino segnato. Litigiosi, scontenti, delusi, sempre pronti ad andarsene eppure incatenati al mondo che li ha resi celebri oltre i confini delle rispettive attività professionali. Un passaporto cui faticano a rinunciare. Almeno per questo, e anche senza regole, il calcio rimane il gioco più bello del mondo.
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