“Non dico nero è meglio, perché sono nero. Posso provarvi che è meglio”. Muhammad Ali, nato come Cassius Clay a Luisville, in Kentucky, uno dei più grandi pugili di sempre, un fuoriclasse del ring che ha contribuito in modo importante a cambiare gli equilibri sociali negli Stati Uniti degli anni Sessanta e Settanta, compie oggi 70 anni. Parlare di lui come di un semplice sportivo, elencandone i titoli e i meriti - e l’elenco sarebbe lungo, anzi, lunghissimo considerando che Ali ha dominato per vent’anni la boxe dei pesi massimi - sarebbe certamente riduttivo. Già, perché “The Greatest” ha rappresentato un modello da seguire per diverse generazioni di americani alle prese con i diritti civili.
Ali è stato l’uomo che ha detto no alla guerra in Vietnam, rifiutando la chiamata in servizio. Ma pure l’uomo che ha accompagnato Malcom X nella lotta per riconoscere dignità alle persone di colore. Abbiamo chiesto a Nino Benvenuti, italianissimo protagonista della boxe internazionale nello stesso periodo (pure se in categorie diverse), di regalarci il suo personalissimo ricordo del pugile di Luisville. I due si conoscono da tempo…
L’eredità lasciata da Ali al pugilato, un patrimonio di classe e di talento…
“Ali è stato quanto di meglio abbia mai espresso il pugilato. E non soltanto sotto il profilo tecnico. Sul ring si è sempre comportato in maniera perfetta. Non è mai uscito dalle regole. Credo che se si fosse trovato nella situazione di non riuscire a vincere un incontro con le armi che aveva a disposizione, non avrebbe mai accettato di fare ricorso a qualche trucco. Era il suo temperamento, corretto sempre e comunque, anche a costo di perdere”.
E’ stato davvero il miglior peso massimo di sempre?
“No, è stato molto di più. Probabilmente, è stato il miglior pugile in assoluto. Abbiamo avuto sì dei grandi protagonisti della boxe, parlo di Joe Louis o di Ray Sugar Robinson, ma quello era un pugilato che si conosceva, che era alla portata di tutti. Ali invece ha inventato qualcosa che non esisteva prima e tutti l’hanno imparato. Siamo molti ad aver attinto a piene mani dal suo modo di combattere. Alla serenità con cui si presentava sul ring. E quel suo modo di essere un po’ guascone serviva per dimostrare a se stesso di essere forte, che non aveva paura, che poteva fare quello che stava facendo. Ci ha insegnato a trovare il coraggio in noi stessi”.
Vi siete conosciuti alle Olimpiadi di Roma. Cosa ricorda di quell’esperienza?
“La sua carriera è stata durissima. Ha incontrato dei pugili fortissimi, dei campioni veri. Sul ring era straordinario. Era un pugile che sapeva cosa voleva raggiungere e c’è sempre riuscito, ce l’ha sempre fatta. Fu ai Giochi di Roma che capì davvero quale fosse il suo messaggio. Aveva 18 anni e aveva già il carisma di attirare a se le persone, che erano affascinate dal suo modo di fare e dal suo modo di parlare. ‘Io sarò il campione, vincerò io la medaglia d’oro, sono il più forte’, diceva davanti a tutti e ad alta voce. E ci credeva davvero. Tanto che poi alla fine ce la fece davvero. Quando la stampa ci chiedeva cosa avremmo potuto fare noi, rispondevamo titubanti, pieni di dubbi. Lui invece no. Era convinto di farcela. Poteva passare per uno spaccone, ma eravamo noi ad avere paura di lui, non lui di noi. Era il suo modo di darsi coraggio, di salire sul ring con la serenità di chi sa che può arrivare fino in fondo. Io l’ho imparato da lui, lo seguivo perché volevo capire come faceva. Abbiamo fatto amicizia. Capivo che rappresentava qualcosa di decisamente fuori dalla norma”.
L’altra battaglia di Ali, quella più dura. Da trent’anni l’ex campione del mondo sta combattendo contro il morbo di Parkinson…
“Ci siamo trovati negli anni successivi in Europa, negli Stati Uniti. Ci chiamavamo per nome, io lo apprezzavo tantissimo e credo che lui apprezzasse me. L’ho visto chiaramente anche quando ha cominciato a stare davvero male. Una cosa tremenda. Ma pure incredibile. Parlava con gli occhi. E le parole che voleva dirmi arrivavano da sua moglie, che aveva imparato a capire cosa intendesse con lo sguardo. Un uomo dall’intelligenza superlativa. Sapeva che senza di lei non avrebbe superato un colpo così difficile. E’ stata la sua salvezza”.
Nel novembre scorso è scomparso Joe Frazier, il suo rivale più agguerrito. Si ricorda la sfida del marzo 1971, il cosiddetto “incontro del secolo”? La prima sconfitta da pro di Ali…
“Certamente, Frazier gli ruppe la mascella, una botta tremenda. E io piansi. Perché capì che Ali non avrebbe potuto continuare l’incontro. Aveva di fronte un grande campione e lui lo rispettava, come ha rispettato tutti i grandi con i quali ha combattuto. Le parole che disse prima di affrontarlo e negli anni successivi non erano sempre vere. Lo conoscevo bene, sapevo cosa aveva dentro. E’ un grandissimo, di lui conservo un ottimo ricordo”.
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