L’adrenalina delle corse, si sa, è ad alta intensità e a lunga conservazione. Tant’è che nel momento in cui scriviamo sono passate più ventiquattr’ore dal primo weekend di gara della nostra vita, ma di questa sostanza ne abbiamo ancora in circolo parecchia. Nello stato (di grazia) in cui siamo, poi, diventa ancora più difficile tenere assieme tutti i fotogrammi-choc di questi due giorni: il sorpasso all’ultimo giro, la bandiera a scacchi, i commissari che - come in tv - a fine gara sventolano e applaudono il passaggio dei piloti, la vita da paddock.
Emozioni a parte, facciamo un passo indietro. Tutto nasce, ai primi di giugno, da una telefonata di Fabio Bargagna , fondatore e Ceo di Power Up e, assieme a Dieter Trissler di Valentinos , mente dell’European Riders Cup (ERC) .
E’ dalla loro joint venture, che oggi è una realtà di primo piano nel gotha degli organizzatori di track days, che tre anni fa ha preso vita questo campionato europeo per piloti non professionisti che comprende due tipologie di gare, Endurance, a squadre, e GP, individuale. Una realtà unica nel suo genere che ha tra i suoi punti di forza il fatto di poter offrire a chi vi partecipa un’esperienza del tutto comparabile a quella di un trofeo monomarca o di un campionato riconosciuto dalla federazione, a costi nettamente inferiori.
La telefonata, dicevamo: “C’è una wild card disponibile per la prossima gara all’Hungaroring“. La ragione, da modesti piloti quali siamo, ci suggerisce di ringraziare e gentilmente declinare. L’istinto, però, è impregnato della nostra passione, e ha il sopravvento. Accettiamo. E che la festa abbia inizio…
Arrivati all’aeroporto di Budapest ci rendiamo conto di essere in una bolla irreale: noi qui, nientemeno che qui, alla vigilia di un vero fine settimana da protagonisti - con la nostra moto - di una competizione vera, un altro pianeta rispetto alle giornate di prove libere a cui abbiamo partecipato finora.
LA GARA ENDURANCE - Dopo una notte tormentata dall’agitazione arriviamo in circuito. Ad attenderci, ci sono i due Ceo dell’organizzazione e, sotto la loro guida, sbrighiamo le pratiche burocratiche e ritiriamo il transponder che terrà traccia di tutti i nostri tempi in prova e in gara. Raggiungiamo il box, dove troveremo la nostra moto tra quelle dei ragazzi di Twister Racing , il team di cui, per tutto il fine settimana, ci sentiremo parte.
Il colpo d’occhio rivela che i nostri nuovi compagni di merende con le moto ci sanno fare davvero: moto a parte (molte non sfigurerebbero nell’italiano Superstock o Supersport) equipaggiamento e strumenti da officina contribuiscono a dare un quadro di elevata professionalità. La stessa che le due organizzazioni sono riusciti a imprimere a tutto il contesto. Il tutto, però, ha sullo sfondo un’atmosfera rilassata: piloti di ottimo livello, ma soprattutto amici che condividono una passione sportiva e che sono lì per fare il tempo, certo, ma soprattutto per divertirsi. Friends On Tracks, per dirla con le parole di Trissler.
Alle 9.40, la fibbia del casco si chiude e il motore della nostra CBR600RR ha già raggiunto la temperatura giusta per uscire nel primo turno di prove libere della mattinata. La temperatura esterna è ancora un po’ bassa per le gomme ma perfetta per chi guida. Raggiungiamo il semaforo in fondo alla pit lane. Rosso->Verde. Via.
Il tracciato ci piace fin da subito, sia per lo scenario naturale che lo circonda che per la fisionomia, molto varia, con una prima parte più veloce e una seconda più tecnica. Spartiacque tra le due, una strettissima chicane, la cui interpretazione corretta è tanto ostica quanto indispensabile per “fare il tempo”.
Quello che ci piace meno, al solito, è la nostra guida: ancora una volta siamo vittima del demone della staccata e di quello dell’inserimento in curva. In queste due fasi siamo un disastro e nei tratti della pista dove è necessario frenare con decisione perdiamo secondi su secondi. Di questo passo, domenica rischiamo di essere schierati in ultima fila e di non riuscire a schiodarci da lì per tutta la gara.
La prospettiva è tutt’altro che allettante, occorre intervenire. Nell’unico modo possibile, cioè mettendo mano alle sospensioni di serie della nostra moto. Nel tempo che ci separa dal turno successivo, proviamo così a chiudere l’idraulica sia davanti che dietro. Rientriamo in pista. Basta una curva soltanto per farci pentire di non averlo fatto prima: la moto risponde molto meglio e il maggiore feeling ci permette una guida più sciolta e perciò efficace.
A fine turno corriamo ai monitor a verificare i tempi: via quattro secondi rispetto al best lap registrato fino a quel momento. La strada è quella giusta e proviamo a indurire ulteriormente. Altri tre secondi in meno al giro: scendono i tempi e sale il divertimento, in uno di quei loop virtuosi in cui ogni pilota vorrebbe sempre trovarsi.
Prima di rientrare per l’ultima tranche di prove cronometrate, approfittiamo per guardarci intorno. Restiamo colpiti dalla quantità di Paesi rappresentati dai partecipanti a questo evento: italiani, tedeschi, svizzeri, rumeni, ungheresi, ucraini, lettoni. In un melting pot mitteleuropeo con tante lingue diverse accomunate dalla stessa passione.
Torniamo al box a prepararci per quella che, cronometro alla mano, sarà il round più redditizio del giorno. Entriamo in pista “tirati” da due dei nostri compagni più veloci. Grazie a loro riusciamo a percorrere le traiettorie migliori e, con la complicità di una temperatura dell’asfalto elevata al punto giusto, strappiamo il nostro miglior tempo in assoluto. Superiore a qualsiasi nostra aspettativa.
Galvanizzati come non mai, cominciamo a entrare nello spirito della gara Endurance che si terrà da lì a breve. La formula è suggestiva: per 3 ore ogni team alternerà alla guida i propri piloti cercando di totalizzare il tempo migliore. Il momento clou della gara è senza ombra di dubbio la partenza in stile Le Mans, con i rider schierati da un lato della carreggiata pronti a scattare di corsa dalla parte opposta per saltare in sella alla propria moto e partire.
Per l’occasione, il Twister Team diventa uno e trino in altrettanti sotto-team con cui i suoi membri parteciperanno alla gara. Il nostro, T.T.Z si comporterà in maniera più che dignitosa nonostante la metà dei piloti che lo compongono (noi compresi) vanta tempi nettamente inferiori a quelli dell’altra metà, quella “buona”.
IL GRANDE GIORNO - Quella che ci aspetta è una domenica di grande passione, nell’accezione più completa del termine. Euforia e tensione si inseguono e si accavallano di continuo.
Decidiamo di consacrarne la sacralità regalando alla nostra moto un nuovo treno di gomme. Regalo nel regalo: si tratta delle Continental RaceAttack Competition nella mescola S, la più morbida tra quelle disponibili e quindi particolarmente performante. E’ la prima volta che ci capita di usarle e abbiamo grandi aspettative, più che confortate dai pareri positivi di chi ha avuto modo di provarle “sul campo”.
Per capire e valutare avremo a disposizione un turno da 25 minuti. Il primo impatto - a dire il vero - non è dei migliori, non sentiamo bene l’anteriore, che ci sembra trasmettere al manubrio una sensazione di durezza nell’inserimento. Eppure le pressioni sono a posto.
Completato il primo giro, con la cera protettiva che ormai ha del tutto abbandonato la superficie della gomma, proviamo ad alzare il ritmo. Curva dopo curva, quella sensazione di legnosità si attenua, fino a sparire del tutto non appena ci apprestiamo a intraprendere la terza tornata.
Alla prima vera piega importante, la situazione addirittura si capovolge e la sensazione di qualche curva fa è un lontano ricordo: mano a mano che la temperatura ideale di esercizio si avvicina,sentiamo l’avantreno come mai ci era capitato prima d’ora, svelto a entrare e rigoroso nel mantenere la moto stabile in percorrenza di curva. Vuoi per il feeling e per il profilo svelto dell’anteriore, vuoi per la fiducia che ci infonde il grande grip al posteriore garantito da una mescola così morbida, ci ritroviamo in curva tre con la punta della pedana (molto rialzata e arretrata rispetto all’originale) che costantemente accarezza l’asfalto, segno del notevole angolo di piega che riusciamo a raggiungere.
Rispetto alle gomme che eravamo soliti montare, queste RaceAttack hanno una carcassa molto più morbida, ciononostante la moto si muove molto meno di quanto ci saremmo aspettati.
Sorprendente anche il consumo, omogeneo, senza la minima ombra di strappi e soprattutto contenuto: dopo i due turni del mattino avevamo in programma di cambiare il posteriore per la gara. Ma la gomma è nuova e decidiamo di tenerla su.
LA GARA - Alle 13.45 dagli altoparlanti risuona la prima chiamata. E’ l’ora della vestizione. Ma soprattutto, è arrivato il momento di cominciare a fronteggiare una tensione che ci chiude lo stomaco. Seconda chiamata. Il nervosismo ci gioca un brutto scherzo e sbagliamo i tempi di “rimozione” delle termocoperte. I nervi sono sono tirati. Teniamo duro.
Ultima chiamata. Via in pit lane. Concluso il giro di warm-up, quando cioè la tensione emotiva è al suo culmine, e proprio nel momento topico del completare il nostro schieramento in griglia, veniamo spostati di posizione. Una volta, poi un’altra. E un’altra volta ancora. Alla faccia della concentrazione pre-gara…
Non siamo ancora perfettamente allineati ma il commissario dietro di non se ne accorge. Con la coda dell’occhio vediamo il suo collega sulla linea di partenza, che si appresta a uscire dal tracciato. La visiera è ancora su e la marcia non è inserita. Le luci rosse del semaforo si accendono. Poi si spengono. Via!
Nonostante la situazione rocambolesca non partiamo così male. Sul rettilineo abbiamo già passato due piloti e nella prima staccata ne lasciamo dietro un altro.
Il gruppo dei primi intanto se ne va. Noi siamo gli ultimi di un gruppetto di quattro. In qualche punto del tracciato giriamo troppo lenti. In altri più veloci di chi ci precede e ci ritroviamo “tappati”. Incollati agli scarichi della Ducati che ci precede ci diamo un giro di tempo per studiare l’avversario. Stacca molto prima di noi e alla prima frenata utile lo infiliamo all’interno. E uno. La manovra ci ha fatto però perdere un po’ di tempo e la Kawasaki che ci precede ha guadagnato un po’ di margine. Che mantiene per tutti i giri successivi, quando poi all’ultima curva prima della linea di traguardo fa un errore. Ne approfittiamo. Secondo sorpasso.
Ci sentiamo sempre più a nostro agio con la moto, le gomme tengono alla grande. Abbiamo a disposizione altri due giri per passare l’altra Ducati del gruppo. Anche qui, cerchiamo, per prima cosa, di capire come guida il nostro avversario. Il suo punto debole è la percorrenza di curva, però frena ed esce forte. Non abbiamo altra scelta che provare a passarlo all’esterno a curva 5. Detto fatto.
Missione compiuta, non resta che tenere il passo e arrivare alla fine, alla nostra prima bandiera a scacchi. Avremmo continuato volentieri per altri 10 giri, e invece la giostra è finita. Non ci resta che goderci gli applausi e le feste che ci fanno i commissari nel giro di rientro.
Il bilancio finale (27esimi nella classifica assoluta e 16esimo posto in quella delle 600, la nostra cilindrata, su oltre 50 partenti) in definitiva ci soddisfa.
Dopo un’emozione del genere sarà difficile tornare con i piedi - anziché le ginocchia - per terra.
Torniamo al box. Sistemiamo armi e bagagli. Salutiamo i compagni del team. Li rivedremo tra un mese a Brno, in Repubblica Ceca, per la prossima tappa dell’ERC.
Stay tuned…
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