Dopo il ritorno di Danilo Gallinari a Milano e la clamorosa prospettiva di vedere Kobe Bryant con la maglia della Virtus Bologna è arrivato il momento di fare chiarezza sul "Lockout" della Nba, il blocco delle attività agonistiche che consiste in un vero e proprio sciopero degli atleti del basket americano. La scelta di sospendere il campionato di pallacanestro più seguito al mondo ha già un precedente, nel 1998-1999 la Nba si fermò infatti per tre mesi riducendo la regolar season a sole 50 partite. Ma quali sono i motivi che hanno portato ad una soluzione così drastica?
Il lockout Nba nasce innanzitutto dal capo della federazione americana di basket David Stern, che ha scelto il braccio di ferro per fare chiarezza sul tema della divisione degli introiti, una situazione per certi versi simile allo sciopero dei calciatori di serie A. Lo scontro tra le parti vede l’associazione giocatori ai ferri corti con la federazione e le società per il rinnovo del contratto collettivo che scadeva il 30 giugno 2011. Il primo pomo della discordia è dettato dal "salary cap", il tetto salariale che i grandi proprietari vorrebbero ridimensionare rispetto ai dati che registrano perdite per 370 milioni di dollari negli ultimi anni. Attualmente infatti il 57% dei ricavi della lega Nba è destinato agli stipendi degli atleti, una percetuale che i proprietari vorrebbero ridurre nettamente e che naturalmente non vede d'accordo i diretti interessati.
La situazione dell'Nba è un mix tra lo sciopero dei calciatori e la voglia di una sorta di "fair play economico" anche nel basket. La possibilità che tutta la stagione 2011/2012 venga cancellata è tutt'altro che remota e ricorda da vicino lo stop della Nhl di hockey 2004/2005, fermata per le stesse motivazioni. L'opinione pubblica americana è sul piede di guerra e gran parte dei tifosi sembra comprendere le richieste dei proprietari, con 22 franchigie su 30 incapaci di gestire gli onerosi contratti economici dei giocatori Nba. Il rischio concreto è però adesso quello di una disaffezione da parte del pubblico con un conseguente crollo di abbonamenti e merchandising che inciderebbe non poco su tutta l'industria del basket americano.
Nel frattempo il lockout ha innescato una vera e propria "caccia alla star" da parte delle formazioni europee di basket. Dopo Gallinari e Milano e Deron Williams al Besiktas, il gran capo dell’associazione giocatori Billy Hunter ha pubblicato una lettera sul New York Times dove consiglia vivamente ai giocatori Nba di volare oltreoceano. Le complicazioni contrattuali però non mancano neppure per chi sceglie di scappare in Europa: per i giocatori non free-agent, quindi sotto contratto con le franchigie Nba, ci vorrebbe una "letter of clearance" dalla NBA, una sorta di permesso da parte dei clubs americani capace di coprire tutte le complicazioni legali.
Difficile che questo accada, più probabile invece che dietro ai grandi accordi tra le star pronte a venire in Europa ci sia la volontà di arrivare ad una rottura contrattuale con i clubs Nba in modo da poter firmare contratti nuovi di zecca nel 2012. Nel frattempo continuano le voci sui giocatori che potrebbero giocare "overseas": Kobe Bryant tratta con la Virtus Bologna (l'accordo sembra ad un passo) per un contratto da 900.000 dollari a partita ma anche Dwayne Wade, Amare Stoudemire, Nash e Howard sono pronti a prestare il talento alle squadre del vecchio continente.
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